Trovo sterile il dibattito riguardo ad un ipotetico centro-sinistra allargato all’UDC. Le argomentazioni dall’una e dall’altra parte non mi convincono.
Con questo non mi tiro indietro dalla disputa: oggi mi dico fermamente contrario a tale alleanza. Ho aggiunto “oggi” perché in passato non mi sono sfuggite le convenienze strategiche di una corte, con tanto di serenata, a Casini: il PD deve fare di tutto per ostacolare la crescita del terzo polo e deve scongiurare la discesa in campo di Montezemolo.
In quest’ottica, credo che le avances di Bersani servissero anche a scombinare il campo e, ammetto, ritenevo utile l’ipotesi di un governo tecnico per condividere con le altre forze democratiche la responsabilità di provvedimenti impopolari ma necessari. Ritenevo (forse fino al 14 dicembre).
Ora la risposta dell’opinione pubblica mi preoccupa di meno: la lenta agonia del Governo e l’emersione dell’incapacità del duo Berlusconi-Tremonti, palesata con chiarezza di fronte alle continue ed infruttuose modifiche della manovra agostana, hanno accresciuto la consapevolezza che per evitare il baratro siano necessari provvedimenti forti e coerenti: le prospettive italiane sono ormai chiare a tutti – notizia di oggi: rapporto deficit/PIL al 5.3% - e a nulla, se non a rendersi più ridicolo, servono le assurde posizioni di Berlusconi quando si difende dal declassamento dell’economia italiana.
Leggevo che alla recente festa IDV di Vasto si è discusso di quale assetto debba avere il nuovo centro-sinistra. Occhi puntati ovviamente sull’UDC. Vendola si chiedeva retoricamente: “Come facciamo ad allearci con forze politiche che sono contrarie alla legge contro l’omofobia? Come facciamo ad allearci con coloro che sono contrari al riconoscimento delle coppie di fatto?”.
Sicuramente ha ragione, ma considera solo una piccola parte del problema.
Con rispetto parlando (sono tra i tanti che si sono irritati per le posizioni del Tiranno-sauro D’Alema sui matrimoni gay), non credo che sia solo questo che rende oggi inconciliabile un matrimonio – questo sì – contro natura.
Lo spartiacque odierno è rappresentato dalle risposte che si danno alla crisi. E’ un momento topico: si tratta infatti della più pesante frenata dell’economia mondiale degli ultimi anni. Sebbene questa situazione abbia un’origine finanziaria e ci sia chi parla di ciclicità delle fasi economiche, sulla percezione generale si addensano le ombre di una drammatico arresto, che se non è questo è comunque imminente, e che dovrebbe essere legato ad una crisi di reperimento delle risorse, anche in virtù dei mutati rapporti di forza a livello mondiale.
E’ qui che dovrebbe nascere l’inconciliabilità tra il Partito Democratico e l’Unione di Centro. Senza scomodare ragionamenti sui massimi sistemi e sulla crisi del capitalismo (almeno per un pò…) bisognerebbe semplicemente mettere al centro la domanda “chi deve pagare le conseguenze della crisi?“. Di fronte a questa questione, se è vero che il PD è un partito che affonda le radici nel socialismo europeo e nel movimento popolare, le risposte non possono che essere diverse da quelle neoliberiste di Casini e soci.
Mi pare che nella classe politica italiana non ci sia la consapevolezza che a partire da oggi saremo oggetto di un generale e continuo arretramento. Non ci sono in vista i grandi scenari di rilancio dell’economia nè “le opportunità offerte dalla crisi” (a proposito: quali sarebbero?).
Inoltre, cosa poco sottolineata, la crisi della politica si traduce anche nel ricorrere alle manovre economiche per discutere di fretta (e poi non fare) sui grandi temi di riforma strutturale che dovrebbero vedere impegnato il parlamento ogni giorno.
E’ altrettanto inutile interrogarsi con fare peripatetico (e pure patetico) sul tema della decrescita. La decrescita è già in atto ed è infelice. Non è una possibilità-chic di scelta, ma è qualcosa che stiamo già subendo! Comporterà una drammatica riduzione nelle possibilità di tutti, a partire dal settore pubblico (lo vediamo in Grecia ma anche nei nostri comuni) che non riuscirà più a garantire servizi essenziali, esponendo alla crisi comunità sempre più povere ed alimentando un senso di rabbia comune che può minare la tenuta del patto sociale.
La domanda che si pone un amministratore locale non è “dove investo questo quattrini?” ma “cosa non taglio?”.
Se questa analisi rispecchia l’andamento dei tempi, come pensa il PD di fronteggiare la situazione? Più che arrovellarsi sulle alleanze, ritengo che oggi il Partito non possa pensare di tergiversare ulteriormente rispetto ad una chiarificazione della propria proposta al fine di mettere in campo una visione di quanto sta avvenendo.
A troppi è sembrata scialba e poco coraggiosa la contromanovra presentata quest’estate. Mentre una sfilza tra banchieri e imprenditori, più o meno convintamente, suggeriva di proporre un’imposta patrimoniale (che secondo Modiano potrebbe recuperare 200 miliardi di euro subito - leggi qui), il PD si perdeva tra dismissione di patrimonio pubblico, lotta all’evasione, nuove liberalizzazioni, e addirittura opposizione al contributo di solidarietà asserendo (testuale) che “incide sui ceti popolari e sui ceti medi che pagano le tasse” nonché la sua sostituzione con la ritassazione dei capitali scudati.
Perché poi adeguarsi con fare ragionieristico sull’accorpamento dei piccoli comuni(giusto, ma iniquo con tanto di soglia tassativa del raggiungimento dei 5000 abitanti) e non una proposta sull’abolizione delle regioni a statuto speciale? Costano di più i consiglieri comunali dei paesini delle valli bergamasche o i 20mila dipendenti (su 5 milioni di abitanti) della regione Sicilia? Questione di voto in Sicilia… già. Infatti è noto che da quelle parti il PD vada di vittoria in vittoria. Perché il tema degli ordinamenti regionali non è stato al centro del dibattito estivo? Hanno ancora senso microregioni come la Valle d’Aosta e il Molise? Non mi lancio sul tormentone delle province perché non vorrei essere troppo dispersivo…
Parallelamente, Bindi prima e Bersani poi, prendevano le difese della Chiesa Cattolica (indimenticabile “la Chiesa è una ricchezza per lo Stato Italiano“) sotto pressa dei Radicali e della stampa per l’elusione fiscale di circa 3.5 miliardi di euro (leggi qui) siglando una delle peggiori sconfitte del pensiero laico nel corso della storia del Paese.
Nella migliore delle ipotesi, il Partito Democratico tra qualche mese potrebbe essere la prima forza di un governo di centro-sinistra. A tale straordinario scenario elettorale, però, farebbe riscontro con tutta probabilità una situazione disastrosa dello stato del Paese.
A fine del 2009, il Partito Panellenico Socialista Greco fu protagonista di una fantastica vittoria elettorale. Ma fin da subito il Governo Papandreu si è trovato a fronteggiare la tempesta che si è abbattuta sulla Grecia. E’ storia di queste settimane il dramma che sta vivendo il popolo ellenico (pensioni e salari dimezzati, disoccupazione alle stelle, scarsità di alcuni farmaci oltre a un tesissimo clima sociale).
Non siamo la Grecia? Forse. Ma non ci interessa, sappiamo di essere comunque in condizioni disperate (i penultimi…). E allora è doveroso chiedersi: come affronterebbe il PD una situazione del genere? Con le proposte della contromanovra? Valutando se colpire i patrimoni, ma solo quelli immobiliari “perché la ricchezza non è una colpa”? Dicendo che la Chiesa non deve pagare ICI, acqua, gas, IRES e IRPEF perché “è una straordinaria risorsa per l’Italia“?
E soprattutto, di fronte a una situazione così drammatica riuscirebbe ad essere coeso e a garantire al Paese una guida forte?
Perchè, infine, dovremmo credere che un partito già estremamente biodiverso di suo dovrebbe trarre giovamento dall’alleanza con una forza politica come l’UDC che gli è opposta sul piano di molti valori? Non sarebbe questo elemento la causa di ulteriore divisione ed instabilità politica?
Solo domande…
[...] post-Monti con UDC e PDL (o Partito della Nazione). Anche perchè, sono sempre più convinto che la crisi abbia nella sostanza allargato il fossato tra una forza che ha un’anima socialista (potrebbe essere il PD) rispetto a quelle [...]