Qualche anno fa il compianto (sul serio) Tommaso Padoa-Schioppa, uno dei migliori ministri che l’Italia abbia avuto nel recente passato, scivolò sul termine “bamboccioni“, mentre presentava delle misure che avevano l’obbiettivo di permettere ai giovani di uscire di casa. La cosa, anche grazie all’orientata stampa nostrana, lo segnò indelebilmente.
Quando venne a mancare, per via di un malore improvviso, mentre all’estero illustri politici ed economisti gli tributavano grandi onori, in Italia telegiornali (parola grossa) come Studio Aperto continuavano imperterriti a dileggiarlo per via dell’infelice termine.
Oggi, il sottosegretario del Ministro Fornero, Michel Martone (non si rigiri nel mausoleo TPS per l’irriverente accostamento) ha dichiarato:
“Dobbiamo dire ai nostri giovani che se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato, se decidi di fare un istituto tecnico professionale sei bravo. Essere secchione è bello, almeno hai fatto qualcosa“
Comunicazione pessima, termine sfigato inappropriato, ma salvo il concetto espresso su cui sono assolutamente d’accordo.
La butto lì subito: bisogna smitizzare l’università. Bisogna far sì che a tutti sia data l’opportunità di arrivarci, ovviamente, ma – anche mettendomi contro una concezione sedimentata – non dobbiamo puntare ad avere un mare di laureati. Non serve. Nè a loro nè all’economia.
Nel 2007 in regioni chiave come Lombardia, Piemonte e Veneto, meno del 28% dei diplomati nell’anno 2004 erano regolarmente iscritti all’università.
E’ un dato che può sembrare preoccupante ma sicuramente è interpretabile. Non è un caso che si tratti delle tre regioni dove è meno difficile trovare lavoro per dei giovani.
Eccezion fatta per coloro i quali vedono nell’università lo sbocco naturale dei propri studi, esiste poi la folta schiera di chi prolunga la propria carriera scolastica perchè convinto, a torto o a ragione, che con il solo diploma non sarebbe in grado di trovare un’occupazione. Evidentemente nelle maggiori regioni del Nord, nel 2007, molti di questi ragazzi hanno rinunciato alla prospettiva della laurea perchè sono riusciti ad essere collocati grazie al solo diploma.
Altro dato che a mio parere va in questa direzione è la scarsa attitudine (meno del 20%) di chi frequenta istituti tecnici ad iscriversi all’università rispetto a chi ha frequentato un liceo (58.9%). Si tratta di un problema di basi culturali? Non credo, se non in minima parte. Forse pesano di più le motivazioni degli studenti. Ma incide decisamente il fatto che gli istituti tecnici, che se ne dica, preparano al mondo del lavoro. Non per niente, accanto agli intramontabili ingegneri e ai chimici, i periti (chimici, meccanici ed elettrici) sono tra i più ricercati tanto da scarseggiare. Le aziende hanno bisogno di periti preparati, mettiamocelo in testa!
E allora, nonostante la forma poco ortodossa, ritengo che l’appello di Martone sia condivisibile: se l’obbiettivo è quello di lavorare quanto prima, è meglio consolidare robuste competenze tecniche piuttosto che sprecare anni dietro alla numismatica etrusca (essendo gli etruschi estinti, nessuno se ne può avere a male!).
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