Al Gore e il Finanziamento Pubblico ai Partiti

Dopo la sconfitta (pur avendo preso più voti) contro George W Bush nelle presidenziali del 2000, Al Gore è stato abilissimo nel calarsi nel nuovo ruolo di opinion maker. Ha sensibilizzato l’opinione pubblica mondiale sul tema del riscaldamento globale (vincendo meritatamente un Nobel per la Pace) e dalla sua posizione ha la facoltà, che la politica non concede, di esprimersi liberamente.

In un’intervista del 31 gennaio scorso, in cui ho avuto modo di imbattermi solo oggi, l’ex vicepresidente americano descrive la crisi della democrazia americana come l’effetto del dirottamento di questa da parte dei gruppi di interesse. La causa, a suo dire, è l’influenza dei soldi.

La virtù della nostra democrazia era il dialogo tra i cittadini, da cui nascevano le decisioni giuste che negli ultimi due secoli ci hanno consentito di emergere. Da un po’ di tempo, però, prendiamo decisioni stupide (…) Conta più tagliare le tasse ai ricchi, che permettere alla gente di fare la spesa. Per non parlare di Wall Street: il tempo medio in cui si teneva un titolo era 7 anni, ora il 60% degli scambi dura meno di un secondo. Solo speculazione.

Ciò che può essere sconvolgente per un cittadino italiano che segue il dibattito politico di questi giorni è la soluzione paventata da Al Gore (testuale): il finanziamento pubblico delle elezioni al 100%

Non nascondo di essere d’accordo con lui.

Sarà impopolare, ma anche a costo di passare per “vecchio-uomodellapparato-corrotto-masochista-bersaniano” credo che sia comunque quella la strada.

Penso che il nostro sistema vada riformato, non stravolto come impostazione, ma nelle cifre.

Meno soldi alla politica. Decisamente meno.

Non mi imbarazza usare il termine “francescanesimo“.

Compensi più che dimezzati, meno manager pubblici e meno pagati (come in Francia), partiti più snelli ma comunque solidi e regolati (anche nella garanzia dei meccanismi democratici), meno società partecipate e campagne elettorali diverse: chi di voi si ferma più a guardare un manifesto?

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