Di seguito la seconda parte del mio intervento all’assemblea di domenica a Cesano. Fa seguito alla fotografia della situazione. Seguiranno delle considerazioni su Cesano che però, dato il momento, ritengo marginali.
Leggo la sconfitta patita alle recenti politiche come conseguenza di più elementi che vado schematicamente a sintetizzare sotto (l’ordine non riflette il peso):
La composizione del bacino elettorale. Non vuole essere una scusante, ma è più una premessa.
Sappiamo di cosa stiamo parlando? Innanzitutto l’Italia è un Paese che dal dopoguerra ha sempre diffidato della sinistra. E ha guardato con sospetto anche alla recente stagione del centrosinistra e dell’Ulivo. In più, non va dimenticato che ampie fette del Paese sono nelle mani della malavita organizzata.
La frammentazione politica. Questo è uno degli elementi di cui si parla meno. Il nostro quadro politico è rimasto bipolare in termini formali ma era almeno quadripolare in termini reali. Oltre al centrodestra e al centrosinistra c’erano il M5S e Lista Civica di Monti.
Su Monti vale la pena di fare un approfondimento: da mesi mi chiedo che interessi avesse una persona proiettata a fare il Presidente della Repubblica in pompa magna a mettersi alla guida di una nascente coalizione accreditata, nel migliore dei casi, di raccogliere il 15% (cosa che poi non si è verificata). Per le informazioni a nostra disposizione, è stata una mossa politica demenziale.
Ma Mario Monti è persona intelligente e accorta. Soprattutto non passa né da intrepido né da incosciente. Probabilmente una piccola coalizione di centro era necessaria nei piani di qualcuno. La sua presenza, mi sono convinto, rispondeva al chiaro intento di impedire al centrosinistra di governare da solo. Scusatemi per non aver definito il “qualcuno”. Ma potete provarci voi ad indovinare. Credo che arriveremmo ad individuare più o meno agli stessi soggetti.
Gli errori di Bersani. Si dice che Bersani abbia perso le elezioni per un atteggiamento di eccessiva sicurezza. Chiunque di noi ha un amico che ci ha apostrofati dicendo: “avete perso elezioni già vinte”.
Io non la leggo in questi termini.
Come tutti speravo in un risultato migliore, ma sapevo, anche per le considerazioni espresse sopra (incognita Grillo e presenza di Monti), che al Senato difficilmente avremmo avuto la maggioranza (per effetto della disastrosa legge elettorale).
Gli errori di Bersani stanno in una campagna elettorale troppo timida, fatta nel chiuso dei teatri. Addirittura all’estero. Alcuni viaggi e alcune relazioni avevano lo scopo di “accreditarsi” presso tutta una serie di ambienti, ad esempio finanziari, che, a conti fatti, non hanno influenzato il voto.
Forse proprio per non urtare alcuni interlocutori, Bersani ha presentato un programma di vaghi intenti, non particolarmente definito e mai incisivo. Quanti “non detti” tra le righe. Sicuramente in buona fede. Ma la gente non ha capito (o l’ha capito al pari di alcune sfortunate metafore). Si pensi su tutto alla mancanza di una proposta in grado di entusiasmare l’elettorato.
E quale rapporto con l’agenda Monti (peraltro in quale oscura discarica è stata buttata?) e dei vincoli di bilancio? Le risposte di Bersani in tal senso hanno sempre dato l’impressione di una costrizione (era evidente la non condivisione) ma piuttosto di contrastare preferiva defilarsi, esprimersi in maniera evasiva. In sostanza, mai convincente.
Il Governo Monti. Alla base dei tentennamenti di Bersani nel poter prendere posizione circa i vincolanti impegni economici che il Paese ha assunto nei confronti dell’Europa, c’è stata anche la necessità di non poter di colpo contraddire quanto sostenuto come forza sostenitrice del Governo tecnico guidato da Monti. Che aveva lasciato segni indelebili nei ceti popolari per la riforma delle pensioni (ivi compreso il dramma esodati) oltre che per la riforma Fornero sul lavoro.
E, non dimentichiamocelo, verrà ricordato anche per quanto non fatto: mi riferisco ai promessi tagli ai costi della politica, all’abolizione delle province. Sappiamo come il non aver dato segnali chiari a tal riguardo abbia pesato sull’esito elettorale.
Gli interlocutori. E il problema degli interlocutori è forse “IL” problema. A chi ha risposto il PD delle sue scelte recenti e odierne? Con chi si è confrontato? Probabilmente a e con tutta una serie di gruppi di interesse e ambienti, al di fuori del PD, che sono stati in grado di esercitare influenze determinanti e spesso indebite. Mi riferisco a Confindustria, le banche, i grandi gruppi economici e finanziari italiani ed europei, la CEI, pure i sindacati. Quanto in tutto ciò si è tenuto conto della base (domanda retorica)? E quali spazi per un’autonomia di elaborazione?
Il Partito. Sul banco degli imputati c’è anche il ruolo del partito. Se il PD liquido di Veltroni si era rivelato “gassoso” in fatto di inconsistenza, quello di Bersani è stato un partito che all’atto pratico si è rivelato pesante, burocratico ma non funzionale.
Se ci si riferisce al rapporto con le federazioni, con i circoli, si può anche dire “sclerotizzato”. Difficile trovare spazio per un coinvolgimento dei militanti in termini di idee, in termini di personale politico (nonostante qualche eccezione con le primarie) e pure di risorse economiche, dato che è difficile che i vari livelli, “centro” e “periferia”, abbiano scambi.
Anche questo ha contribuito a dare del PD l’immagine dell’apparato, della conservazione, della casta e dell’oligarchia. Quando sappiamo che il voto ha premiato, come già detto, il cambiamento.
Quindi, oltre a non essere particolarmente definita la collocazione politica del Partito Democratico, sono pure incerto che si possa parlare di “grande partito popolare”. Popolare sì, o quantomeno abbastanza, rispetto alle fasce della popolazione che si sentono rappresentate. Ma non popolare rispetto a quanto il PD le rappresenti realmente, sia in termini programmatici, sia nei fatti, come dimostrato negli ultimi giorni.
Gli scandali e la stampa. Una stampa, penso in particolare al Corriere della Sera, che risponde ai gruppi di cui sopra, ha fatto di tutto per mettere in cattiva luce il centrosinistra e Bersani. Ne sono convinto. Rispondeva agli stessi intendimenti di non volere il centrosinistra al governo, per lo meno da solo.
Di certo, però, il PD in particolare ha contribuito con degli scandali in cui si è trovato immerso, a dare la sensazione di “non essere diverso dagli altri”.
Si pensi ad MPS, ai soldi dei gruppi regionali, al caso Penati. La stampa ha senz’altro contribuito poi a parificare l’effetto di tali episodi con la sistematicità della corruzione che caratterizza il PDL.
Si parla ora della ricostruzione del Partito. E’ un tentativo che dobbiamo compiere. Una strada quantomeno da provare.
Rispetto a ciò dobbiamo tenere in massima considerazione alcune questioni aperte dalla difficile soluzione.
La collocazione europea del Partito. Nonostante il tentativo di Bersani, il PD ancora non ha espresso un’adesione piena al PSE. E’ una scelta di campo che oggi si rende inevitabile per fare chiarezza. Segue una breve digressione personale.
Inconciliabilità delle posizioni. Quando ho aderito al PD non avevo alle spalle altre esperienze “partitiche”. Sono a buon diritto un “nativo democratico”. Tra ex Ds e Margherita vedevo differenze soprattutto in ambito etico, solo accenti sulla visione della società e dell’economia. In quel periodo il profilo valoriale cristiano-sociale incarnato da Romano Prodi sembrava un collante. Credevo che l’insieme dei nuovi che via via si sarebbero affacciati verso il PD, potesse superare queste diversità.
Oggi non è più quella la faglia che percorre il PD, a mio modo di vedere. La crisi ha accentuato le differenze, esacerbato i contrasti e, anche se non va più di moda chiamarle così, resuscitato lo scontro tra opposte ideologie sulla visione della società. Il fatto che più mi fa riflettere è che i poli più distanti di questo dibattito oggi sono incarnati da giovani. Non è un quadro esaustivo del PD e della sua composizione giovanile, ma in campo aperto le due proposte più visibili sono quelle di Renzi e dei Giovani Turchi. Antitetiche e inconciliabili, direi, se non ci fossero in mezzo la comune militanza e le logiche di potere (che stanno rovinando l’uno e gli altri). Nel frattempo abbiamo negli occhi, grondante di valori anche simbolici, il parricidio operato nei confronti di Romano Prodi, forse l’unica figura unificante degli anni di questo partito.
Come rimuovere le macerie? Sullo sfondo però ci sono ancora i detriti della vecchia classe dirigente. Quella inetta, incapace, sclerotizzante ed oligarchica. Quella che ha addosso ancora le ferite della caduta del Muro di Berlino. Che ha dovuto frettolosamente abbandonare gli ideali di gioventù per adattarsi a un mondo che di colpo è diventato anche il suo. E che oltre alla sindrome del perdente trascina con sé la necessità di farsi accettare. Dagli altri, dai vecchi avversari.
Per ricostruire bisogna prima rimuovere le macerie. Le macerie sono rappresentate da buona parte degli attuali dirigenti del Partito Democratico. Quelli che si sono seduti, che hanno anchilosato i meccanismi interni. Quelli che non ascoltano e che hanno praticato la cooptazione dei mediocri.
La rottamazione però si è rivelata un bluff, ma è innegabile l’esigenza di un vero rinnovamento, avvenuto solo in parte e, soprattutto, senza metodo. Nei volti e nei modi. Nella costruzione della classe dirigente.
Ossessione di governare. Dobbiamo anche superare l’ossessione di governare. Che non significa non voler vincere, ma significa riconoscere al partito un’autonomia rispetto al governo, all’amministrazione. Il PD in questi anni è finito schiacciato sotto le esigenze elettorali, le scadenze. Non è riuscito a proporre un adeguato lavoro culturale, a rodare i propri meccanismi interni, a migliorare la propria organizzazione, anche territoriale.
Sintomo di tale compressione, è, ad esempio, l’automatica candidatura del segretario a primo ministro, benché si tratti di due figure politiche diverse e faccia sì che irrimediabilmente, come vediamo in questa fase, le sorti del candidato premier siano indissolubilmente legate a quelle del Partito.